La Grande via Transiberiana con Svetlana (parte 1 – gli Urali)

Circa un anno fa, sotto il cielo del Perù ho espresso il desiderio di viaggiare molto per lavoro. In quel momento ero avvolta da una leggera brezza e… tutti noi conosciamo l’ironia dell’Universo…

Oggi, il viaggio sulla Transiberiana mi sembra il più incredibile mai fatto nella vita: è durato 18 giorni, nei quali abbiamo percorso un tragitto interminabile, della lunghezza di oltre 10 mila km, con decine di città, tanti volti nuovi e tre Paesi da esplorare, inclusa la Russia, misteriosa e sconosciuta.

 

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Chiunque nel mondo ha sentito parlare della Transiberiana, che viene sempre associata ad un sogno, un viaggio romantico, pieno di avventure e rischi… e proprio così appare al cinema. Ogni giorno ci addormentavamo e ci svegliavamo in posti sempre nuovi. 
In realtà, non è stato il mio primo viaggio sulla Transiberiana: ventisette anni fa mio padre faceva il servizio militare in Mongolia, quindi l’ho già fatta cinque volte, andata e ritorno, assieme alla mamma. Siamo arrivate fino ad Ulan-Bator e tornate, per le stesse vie e con gli stessi treni, guardando attraverso le stesse finestre con l’effetto di una pellicola patinata e prendendo il tè, sempre dagli stessi bicchieri. In questa occasione, invece, ho dovuto accompagnare in Russia, Mongolia e Cina nove  turisti  audaci, o, come avrebbero preferito farsi chiamare, “viaggiatori”, pellegrini disperati ed entusiasti venuti da Spagna e Bolivia.

 

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Sicuramente non avevamo tanta paura, anche se gli entusiasti hanno dovuto Chiunque nel mondo ha sentito parlare della Transiberiana, che viene sempre associata ad un sogno, un viaggio romantico, pieno di avventure e rischi… e proprio così appare al cinema. Ogni giorno ci addormentavamo e ci svegliavamo in posti sempre nuovi. 
In realtà, non è stato il mio primo viaggio sulla Transiberiana: ventisette anni fa mio padre faceva il servizio militare in Mongolia, quindi l’ho già fatta cinque volte, andata e ritorno, assieme alla mamma. Siamo arrivate fino ad Ulan-Bator e tornate, per le stesse vie e con gli stessi treni, guardando attraverso le stesse finestre con l’effetto di una pellicola patinata e prendendo il tè, sempre dagli stessi bicchieri.

 

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In questa occasione, invece, ho dovuto accompagnare in Russia, Mongolia e Cina nove  turisti  audaci, o, come avrebbero preferito farsi chiamare, “viaggiatori”, pellegrini disperati ed entusiasti venuti da Spagna e Bolivia.ascoltare la mia spiegazione sulla mancanza di doccia, wi-fi e giornali quotidiani, perché noi viaggiavamo su treni normali e la prima classe era, sì, diversa dalla seconda, ma solo per il numero di letti nello scompartimento e per il fatto che nella prima ti portavano anche un biscottino a colazione!

Il primo treno che abbiamo preso dopo il viaggio da San Pietroburgo era il Mosca-Ekaterinburg ed era il ‘’figlio’’ del mio treno degli anni ’80: aveva la tappezzeria sui sedili e sembrava molto comodo. Abbiamo subito imparato ad aprire le scale per salire sul letto superiore, a stendere le lenzuola, ad usare i famosi “podstakanniki” – i porta bicchieri tipici – e perfino a sentire il profumo dei fiori finti nel vaso sul tavolino.

All’inizio tutti mi chiedono le chiavi dei loro scompartimenti per potersi rilassare e non pensare a niente, chiudendovisi dentro. Le signore spagnole assaporano le loro sigarette, osservando dei paesaggi autunnali, e mi insegnano a ballare il flamenco tra i vagoni del treno. Però, al rumore del battere dei nostri tacchi arriva subito la cuccettista Tamara Aleksandrovna, o, per meglio dire, zia Toma, la quale reagisce repentinamente al mio tono costernato e propone di trovare un modo alternativo per metterci d’accordo: tutta tranquilla, porta al di là del letto una scatola piena di souvenir col marchio delle ferrovie russe. Scopriamo che ogni vagone ha un piano di vendita che deve essere per forza portato a termine. Senza togliersi le sigarette di bocca, le signore fanno presto a comprare cucchiaini, pantofole e orsacchiotti in divisa da cuccettisti.

 

 

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Anch’io mi compro un orsacchiotto, anzi, un’orsacchiotta, e la chiamo Toma, e poi mi metto a leggere il libro che occupa metà della mia improvvisata valigia – in realtà, neanche con l’aiuto di alcune colleghe che hanno già fatto il tour sono riuscita a capire di che cosa avrei avuto bisogno nel viaggio. Questo itinerario turistico deve ancora ingranare, perciò rimane ancora abbastanza caro ed esotico. Il libro è di Evgeniy Anisimov e si chiama “Da Riurik a Putin”.

I loro ritratti sulla copertina suscitano la paura e il rispetto dei miei vicini di scompartimento. 
Pensavo di recuperare il sonno perduto negli ultimi quattro mesi di lavoro continuo, ma il mio sogno crolla con la signora boliviana dal lettino superiore: devo bendare il suo piede e poi ordinare il latte per la colazione e le prugne per la merenda; sorvegliare Oscar affinché non mangi i dolci, perché è diabetico; avvertire le signore di nascondere le sigarette all’arrivo della polizia ferroviaria; avvisare zia Toma quando finisce la carta igienica nel bagno e scambiare le carte da gioco con alcuni studenti, dando loro in cambio un po’ di sigarette spagnole… 


E finalmente si scorgono i primi paesaggi…

 

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Ogni dieci chilometri, sullo sfondo infinito di betulle fa capolino una piccola stazione ferroviaria e tutti si chiedono quando arriveremo agli Urali. Ci arriviamo senza preoccupazioni, accompagnati dallo sferragliare delle ruote del treno, abbracciando i turisti francesi che offrono la vodka “Zhuravli” e dei pasticcini russi alle spagnole. E, sempre sereni, procediamo, ascoltando la fisarmonica che suona nell’altro scompartimento. 
Dopo pranzo leggo un libro russo con il ragazzo spagnolo che si chiama Ramiro. Ci concentriamo sulla fonetica e ciò fa furore tra i camerieri. Ramiro è bravissimo, ha già imparato più di mille parole russe e mi chiede di spiegargli i suffissi russi. Povero lui, non sa che per impararli dovrebbe/dovrà fare altre mille volte avanti e indietro per la transiberiana.

 

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 Sul lato sinistro appaiono delle bellissime casette, così caotiche che sembrano giocattoli o meccano LEGO: qui si vede una sauna, quello è il granaio, nei pressi del quale pascolano le mucche… Ed ecco il famoso ponte ferroviario chiamato ‘’fantasma’’: fu il primo sul quale passava prima la Grande via Transiberiana.

 

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Così scriveva Boris Pasternak nel suo romanzo “Il Dottor Zhivago”: “Una larga strada selciata si snodava come un nastro, gareggiando in bellezza con quella ferrata. A volte si nascondeva dietro l’orizzonte, a volte riappariva per un momento con l’arto ondoso di una curva, per sparire di nuovo”, e questa descrizione mi sembra perfetta per quello che scorgo io all’orizzonte.

Abbiamo passato i primi 2300 km, ci aspetta Ekaterinburg. Tutti si mettono ad abbracciare e baciare i cuccettisti, salutandoli, e Oscar regala persino un pacco di caffè boliviano alla zia Toma. Il treno ci saluta con un fischio e noi ci incamminiamo verso l’albergo, dove non vediamo l’ora di fare una doccia e sdraiarci su un letto normale. Faccio le prime foto.

 

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Ekaterinburg fu fondata da Pietro il Grande sulle rive del fiume Iset` e fu chiamata così in onore di sua moglie Caterina I. La data della fondazione della città è il 7 novembre 1723, quando nelle officine della ferriera si iniziavano a forgiare i primi martelli. La costruzione della fabbrica fu un’iniziativa di Tatischev, che successivamente dovette affrontare l’opposizione dell’uomo industriale Demidov, ma oggigiorno proprio loro vengono considerati i fondatori della città. Ekaterinburg fu costruita come capitale della produzione mineraria, estesa su un immenso territorio da entrambe le parti della catena montuosa degli Urali, in due dei continenti del mondo – Europa ed Asia.  

 

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La nostra guida locale si chiama Natalia. Ci racconta che una sera ha preso la decisione di studiare la lingua spagnola e di andarsene in Cile. Ci conquista proprio con la sua energia, insistendo sul fatto che Ekaterinburg sia la terza città dopo Mosca e San Pietroburgo (anche se in realtà è la quarta). Qui ci troviamo sul territorio della Chiesa sul sangue versato, costruita al posto della famosa casa dell’ingegner Ipatiev, dove nel 1918 fu fucilato lo zar Nicola II con la sua famiglia e i suoi servi.

 

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Ricordiamo che furono portati ad Ekaterinburg dopo il loro esilio nella città siberiana di Tobolsk e  ci viene in mente la terribile scena finale del film sull’ultima famiglia dei Romanov, quando vengono fatti scendere nello scantinato della casa con la scusa di fare una foto alla famiglia e lì vengono uccisi tutti. La brutta ironia della sorte è che la dinastia Romanov ebbe inizio sempre nella casa di un Ipatiev, un altro Ipatiev, dove nel 1613 a Mosca avvenne l’incoronazione del primo Romanov, Michail, e qui finì la storia degli zar.  
Il gruppo rimane scioccato. Elena e Ana mi giurano di aver avvertito una strana sensazione dovuta all’energia negativa trasmessa da quel posto. Usciamo silenziosi. Gli altri sono molto impressionati dall’esposizione dedicata alla famiglia degli zar con delle foto assai rare, che io personalmente non avevo mai visto.

 

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Dopo il giro andiamo a pranzo, dove ci offrono il borsch russo, “holodets”, lo spezzatino Stroganoff, dei cetrioli e dei pomodori salati, abbinati alla vodka. Poi Natalia continua a parlare dell’architettura della città, che mi ha assolutamente colpito, sopratutto questo palazzo, proclamato come esempio “dello stile gotico degli Urali”.

Tra le altre cose si vocifera che proprio oggi nell’ex-casa dell’assessore Savastianov si fermi il Presidente per delle visite non ufficiali. Inoltre, Natalia ci parla dell’ ex-Presidente Boris Elzin, che è nato e cresciuto ad Eketerinburg (nell’era sovietica, però, si chiamava Sverdlovsk). I turisti ci raccontano tutto ciò che sanno di lui, di come ballava ubriaco davanti al pubblico e della sua politica, ma alla fine si rendono conto di aver fatto confusione con Gorbachev.

 

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Ascoltando la spiegazione sull’industria cittadina di Natalia, che ha una perfetta padronanza della lingua, andiamo a vedere il famoso monumento eretto sul confine tra Europa e Asia. Negli Urali ce ne sono parecchi e alcuni sono situati in luoghi di difficile accesso, anche se non tutti si trovano sul vero confine geografico.  

 

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Ekaterinburg è la più grande città situata sul confine orientale. L’idea generale del monumento è l’unione e la collaborazione tra l’Europa e l’Asia, che si riflettono nelle lettere simboliche “A” ed “E”. Ancora più simbolica è stata la partecipazione delle città di Genova e di Guangzhou, i rappresentanti delle quali erano arrivati dalle parti opposte del mondo. E così la Spagna e la Bolivia brindano con lo spumante! 

 

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Un’altra sorpresa arriva quando vedo la roccia di Serpentino, portata dall’Italia in segno di amicizia nei confronti della Federazione Russa.

 

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È un monastero immerso nella foresta, a circa 20 chilometri da Ekaterinburg, costituito da 8 chiese di legno, l’ultima delle quali terminata alcune settimane fa, costruite nel sito dove furono sepolti, in un primo momento, i corpi dello Zar Nicola II e dei suoi familiari e collaboratori. Pochi giorni dopo, i corpi, che le guardie bolsceviche tentarono invano di bruciare, furono trasferiti in un bosco a poca distanza, dove furono effettivamente ritrovati nel 1990, per essere poi sepolti nel 1998 nella cattedrale di San Pietro e Paolo a San Pietroburgo. Ganina Yama, monastero dedicato alla memoria della Famiglia Reale – riconosciuta santa dalla Chiesa Ortodossa Russa- è un posto unico per bellezza, serenità e natura. Circondato da una maestosa foresta di betulle, immerso in una suggestiva atmosfera di misticismo e meditazione, è un viaggio nella profonda anima russa.
Conoscendo a memoria la leggenda secondo la quale Anastasia sarebbe sopravvissuta, leggenda che, come sappiamo oggi dopo l’analisi del DNA, era totalmente infondata, ascolto una versione alternativa: Natalia ci parla di una “Anastasia peruviana”, una ragazza del Sudamerica con un aspetto assai caratteristico, che era venuta in Russia a pretendere il trono affermando di essere la principessa sopravissuta. Non avevo mai pensato a quante ce ne potessero essere in realtà a dare la caccia al tesoro russo. 
In tutti i monasteri ortodossi le donne sono obbligate a mettere un foulard in testa e la ragazza boliviana, che si chiama anche lei NATASHA, non è esentata. 

 

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Le parti seguenti:

Novosibirsk

Irkutsk e Baikal

Ulan-Bator (parte 1)

Ulan-Bator (parte 2)

Cina

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