La Grande via Transiberiana con Svetlana (parte 4 – Ulan-Bator, Mongolia)

La mattina ci aspetta il treno per Ulan-Bator è il viaggio più lungo, 1111 km, salutiamo così la Russia. Però tra le mani stringo ancora dei biglietti russi, quindi vado a fare conoscenza con la cuccettista che per sfortuna è mongola e non capisce un’acca. Provo ad insistere gesticolando e tutto ciò mi ricorda un gioco che facevo da bambina, intanto accompagno i turisti nei loro scompartimenti sovietici. Adesso comincio a capire perché questo viaggio spesso viene chiamato il tour nella macchina del tempo. Le tende sbiadite dal sole del Baikal, le vecchie coperte ricamate e il tappeto, così lungo e rosso come il periodo sovietico, che la cuccettista sta continuamente ad aggiustare, come se cambiasse realmente qualcosa. Tutto l’itinerario del treno, tutte le fermate sono scritte in mongolo…

Cerco di calmare i miei turisti e vado a cercare qualcuno che parli russo. Mi dirigo verso il primo vagone, avendo già imparato a restare in equilibrio durante le oscillazioni del treno come un vero yog. Apro le porte dei vagoni che a volte sono chiuse a chiave e spiego, sempre gesticolando, che devo andare avanti. Nonostante la corsa sento freddo. Questa volta non si mangia al ristorante, ho dei pranzi al sacco, perché tutto il vagone del ristorante sarà sganciato per rimanere in Russia. È già mezzogiorno, ma il ristorante è chiuso e la porta  anche, devo quindi convincere la mongola che dovrebbe aprirmela per forza, sono costretta a improvvisarmi mima per la terza volta. Dentro il ristorante invece fa caldo e sembra il regno del sonno, sui letti, composti da sgabelli messi di traverso per il vagone, dormono i camerieri, il sole splende dalle tende gialle ed io decido di arrampicarmi per attraversare tutto questo realismo post-sovietico. 

Se me l’avessero raccontato, non ci avrei mai creduto. Vicino al bar invece dorme la Padrona del ristorante che riesco subito a riconoscere. Mi sembra proprio un sogno… Nel primo vagone però trovo una signora che parla russo e quasi quasi la abbraccio salutandola. Mi dà l’itinerario, mi parla delle differenze di orario e purtroppo mi conferma che anche lei sarebbe rimasta in Russia. Rassegnata, prendo la decisione di comprare al ristorante una bottiglia di vodka “Finskaya silver” che brilla al sole. La Padrona del ristorante, prima è un po’ arrabbiata, ma alla fine cede e me la vende ad un prezzo conveniente. Penso sempre ai miei genitori che fecero questo viaggio su questo treno mongolo che sembra andare verso il nulla….

 

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Pronta ad affrontare una rivoluzione tra i turisti, li trovo assai tranquilli e felici di vedere la “Finskaya” un po’ tristi però che io non la voglia dividere con loro. Dopo di che tutti vanno dormire ed io – guardando il Baikal attraverso le tende gialle, so che adesso dovremmo percorrere la meravigliosa strada lungo il lago.

 

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E questo pezzo di strada è veramente lunghissimo, più di 200 km intorno al lago ed è anche il tragitto più pericoloso. 

 

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Arriva la cuccettista e mi porta il tè nella tazza con il marchio delle ferrovie mongole e poi per qualche motivo porta anche un paltò rosso, lo mette nel letto di fronte al mio, continuando a dire “Suhe-Bator” che vuol dire “la città alla frontiera ”. Evidentemente, vuole che porti questo cappotto in Mongolia di contrabbando. Mi viene sempre da ridere dal surrealismo di quello che succede, immagino che nelle tasche interne del paltò sia nascosta della cocaina e trovandola i doganieri, mi portino a fare un giro un po’ diverso,ma sicuramente ricco di emozioni. Ma poi decido di rilassarmi e vado a comprare il dolce alla stazione di Ulan-Ude.

 

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Ad un chiosco compro del cioccolato degli anni ’90, che sembra tale anche per quanto è duro e prendo il tè.

 

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Noto che anche i miei hanno comprato dei dolci strani che cercano di sgranocchiare “i cosinachi” durissimi, Delia, aiutata dalla vodka fa a suo nipote delle calze a maglia con dei ciuffolotti, gli altri dormono. Capisco che questo scompartimento non si chiude e metto tutta la mia roba attorno. Per il vagone proprio sul tappeto che la cuccettista cerca di raddrizzare passano i nuovi passeggeri. È difficile identificare la loro nazionalità e ci guardiamo con tanto interesse. Alla fine decidono di offrirmi dei “pirozhki”, che accetto volentieri, ringraziando in russo. Fanno un respiro di sollievo – anche loro parlano il russo. Alim e Murat sono del Kazakhistan e ora vanno a Ulan-Bator a dare gli ultimi esami, studiano alla facoltà di giurisprudenza dell’università mongola perché in Mongolia è molto più economico che in Russia o da loro. Mi parlano di tante borse di studio che ha offerto loro lo Stato mongolo e che già al terzo anno gli è stato proposto di trasferirsi e lavorare per il Governo. 

Murat non è bravissimo a parlare russo ed è anche molto timido, Alim invece lo parla perfettamente e finalmente mi aiuta a tradurre alcune cose alla nostra cuccettista. Mi chiede di parlargli di San Pietroburgo dove sogna di trasferirsi con tutta la famiglia. Ride all’idea delle ragazze cilene di portare i becchi medievali contro i cattivi odori e mi comunica che in realtà esistono più di dieci possibilità di lavarsi quando viaggi in treno.  Basta prendere una bottiglia di plastica, fare dei buchi sul fondo e riempirla d’acqua, mettendo sul collo della bottiglia un filo da appendere alla porta. Una bottiglia serve per insaponarsi, l’altra – per risciacquarsi. L’idea sembra geniale, ma grazie a Dio non la devo mettere in pratica. 

Mi addormento con il mio libro storico che parla dei terrori e della crudeltà del giogo mongolo e tartaro che invase la Russia nel 1243. Le urla della mongola che annunciano che stiamo arrivando alla frontiera – alla città di Naushki – mi fanno proprio trasalire. I militari ci mandano tutti nei nostri scompartimenti e chiedono di chiudere le finestre, “affinché non buttiamo di sotto le merci di contrabbando ” – mi spiega Alim. Sono molto preoccupata per il mio gruppo, nessuno, tranne Natasha parla l’inglese, ma la guardia non mi lascia uscire. Ci chiedono di mostrare loro le valigie ma non dobbiamo aprirle, non chiedono niente del paltò rosso.  I boliviani dopo un’altra bottiglia di vodka che gli ha regalato Alim sembrano sereni . Le spagnole invece sono un po’ nervose.  Finalmente ci fanno andare avanti ed io sento quello che intendono quando pronunciano la frase “Back in USSR”: sul marciapiede della stazione alcuni soldati mongoli ci fanno un saluto militare, sembra che qui tutto sia rimasto com’era 70 anni fa… Alla frontiera mongola invece vengo a sapere che i miei boliviani non hanno il visto. Oscar, già un po’ pallido dice che in agenzia gli hanno assicurato che non ne avevano proprio bisogno. Restiamo in silenzio. La cuccettista intanto toglie il tappeto e apre una botola nascosta sul pavimento, prende tanti paltò rossi… Stiamo sempre in silenzio. Alla fine mandano un convoglio che ci accompagna a riempire i questionari per il visto, poi gli fanno delle foto. Adocchio la divisa della guardia e loro intanto mi squadrano. Il treno va sempre avanti traballando, attraverso la steppa e la notte stellata.

 

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La mattina si fa ancora fatica a capire dove ci troviamo. Si ricordano solo i sogni del terribile Gengis Khan, il Grande khan mongolo, loro conquistatore e loro orgoglio… Il freddo della steppa riesce a penetrare tra tutti i maglioni, anche se sono vestita a cipolla e sembro una vera matrioshka russa.  Faccio la prima foto e la mando subito ai miei genitori, quante volte avranno visto questa facciata, già riverniciata, ma sempre grigia. Sorrido alla guida locale che si chiama Choli, è all’ottavo mese di gravidanza ma dice che verrà a vivere con noi nella yurta mongola! 

 

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Il nostro autista invece si chiama Gan Tumir che vuol dire “acciaio inossidabile”. E quasi subito ci porta al museo di storia nazionale dove in me è in atto un vero e proprio combattimento contro il sonno e cerco di non perdere di vista i miei turisti che si sparpagliano tra le bancarelle di souvenir. Alla fine capiscono che tutto costa più che in Europa e quindi non ci rimane nient’altro che ascoltare quello che spiega Choli. Poi si esce dalla Piazza principale di Ulan-Bator e comincia a far caldo: La Mongolia è un paese ricco di contrasti anche per quanto riguarda le temperature, viene chiamata la capitale più fredda del mondo, ma in estate c’è una terribile afa e spirano dei fortissimi venti. Mi vengono in mente delle storie della mamma sulla città di Choybalsan dove abbiamo vissuto per quasi tre anni, mangiando sempre il cibo dai pacchi di razione. 

 

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L’Unione sovietica è crollata più di un quarto di secolo fa, ma come dice Choli, in Mongolia ci rispettano e ricordano ancora. Anche a  scuola si studia la nostra cultura molto più approfonditamente che le altre. È una tradizione! Lei riesce a ricordare alcune parole russe come “grazie”, “compleanno”, “tazza”, mentre io dico “biamba” e “niam” che vogliono dire “sabato” e “domenica”. Il fatto che io ricordi qualcosa sorprende Choli e Gan Tumur rimane ancora più impressionato. 

 

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È difficile dire che immagine di Ulan-Bator avevo prima di venire, ma sicuramente era un po’ diversa. A pranzo i turisti assaggiano la birra locale, “buusi” – i panini con la carne tagliata a pezzettini cotta a vapore, “hushuur” che ricorda il calzone e “zuivan” – tagliatelle tipiche con carne e patate. Dopo di che si va al monastero buddista. 

 

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C’è molta gente in chiesa, ma nessuno ci guarda. 

 

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Dicono che la vita dei mongoli non sia cambiata molto dai tempi di Gengis Khan e infatti sembra vero: la maggior parte dei cittadini continua a vivere nelle yurte, alleva il bestiame e cambia sempre casa in cerca di nuovi pascoli, mangia la carne e beve il latte. Solo che oggi si spostano su macchine giapponesi e vicino alle yurte ci sono delle antenne satellitari e batterie solari. Ma per il resto rimangono sempre uguali – anche nelle vesti nazionali che spesso indossano non solo nei giorni festivi ma anche nella vita quotidiana.

 

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Ogni mongolo ha diritto ad un pezzo di terreno della superficie 70 per 70 metri quadrati (questa legge non riguarda i terreni a Ulan-Bator e nei parchi nazionali), anche i cittadini della capitale ogni volta vanno in vacanza nelle yurte, alcune sono simili a guest-house con degli edifici esterni come la mensa, la doccia e il bagno nello stesso territorio. E noi andiamo proprio lì. Le strade sono pessime e ricordano alcune zone della Russia, Gan Tumur dice delle parolacce in mongolo e Choli ammette che alcuni  pezzi di strada sarebbero molto più belli senza asfalto. Tutto ad un tratto vediamo gli yak…

 

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Si sente il loro ruggito tipico, gli yak non muggiscono, ruggiscono e sembra che abbiano intenzione di venirci addosso, invece non sono assolutamente aggressivi. 

 

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Spesso lungo la strada si vedono dei mucchi di pietre gettate assieme a banconote e cioccolatini, al centro di tali piramidi c’è sempre un bastone con dei nastrini colorati. Si chiama “obo” – ogni persona che vuole ricevere la benedizione di Dio deve passarci attorno tre volte e lasciare un dono. Il colore blu del nastrino simboleggia il cielo, il bianco – l’anima e il giallo la ricchezza.

 

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I turisti esprimono alcuni desideri e noi ci avviciniamo al nostro campeggio. Nonostante avessi interrogato le mie colleghe su come fossero le yurte, alla fine sembrano diverse da ciò che mi era stato raccontato. 

 

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Oscar scherza sul fatto che la yurta in realtà assomigli al beauty-case di Natasha, c’è tutto e non c’è niente, la puoi sempre portare in giro e usare, caso mai avessi bisogno. È vero, la yurta di feltro si adatta bene alla vita dei mongoli-viaggiatori. La puoi sempre piegare e caricare su un mezzo di trasporto, lo fai in meno di un’ora e lo stesso tempo si impiega per piantarla. Dentro tutte le yurte sono molto simili – ci sono tre letti, un tavolino, un lavandino e una piccola stufa al centro.  Al centro del tetto è fissato un tubo per l’uscita del fumo. La copertura di feltro viene posta sulla base di legno e sopra si mette ancora il tessuto impermeabile che la protegge dalla pioggia e dalla neve, tutto ciò si fissa con una corda. Nelle nostre yurte c’è persino l’elettricità.

 

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Successivamente tutti si godono una doccia calda, cenano e si siedono attorno al fuoco. Il rispetto del fuoco è sempre stato alla base di tutte le tradizioni dei popoli antichi, è sempre stato vietato buttarci l’acqua, toccarlo col coltello e buttarci dell’immondizia – tutto ciò può offendere lo spirito del fuoco. Oltre a noi, nel campeggio ci sono dei turisti della Norvegia e alcune famiglie mongole, Choli ci invita a cantare alcune delle nostre canzoni nazionali. Cominciano i norvegesi, cantano una bellissima canzone che sembra però molto triste. Poi le mie spagnole cantano “Besame mucho” che è conosciuta anche in Mongolia! La famiglia boliviana decide di cantare il loro inno nazionale e anch’io alla fine mi faccio convincere a cantare “Katiusha”. Dopo facciamo un girotondo attorno al fuoco e guardiamo le stelle splendenti. 

 

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A mezzanotte andiamo a letto nelle nostre yurte, chiedo al padrone del campeggio di accendermi un fuoco e mi copro con tre coperte di cammello mongolo. 

 

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Le parti precedenti:

gli Urali

Novosibirsk

Irkutsk e Baikal

 

Le parti seguenti:

Ulan-Bator (parte 2)

Cina

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